Analisi Poesia "Lucca" di Ungaretti

AGGIORNATO ORE 12:15

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Iniziamo a pubblicare materiale che può essere utile a chi ha deciso di svolgere questa traccia all’esame di Maturità 2011. Questa pagina è in continuo aggiornamento, quindi visitatela spesso nel corso della giornata!

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.

Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970) è riconosciuto come uno dei grandi poeti e scrittori del Novecento. Nato ad Alessandria d’Egitto e vissuto tra Italia e Francia, Ungaretti sentì sempre vive le sue origini lucchesi. Il padre Antonio era nato a S.Concordio, mentre la madre, Maria Lunardini, proveniva da S.Alessio. Il padre, operaio allo scavo del Canale di Suez, morì quando il poeta aveva solo 2 anni. L’attività del forno di proprietà propria permise alla madre di mantenere il figlio e di assicurargli prestigiosi studi. La stessa madre mantenne vivo il legame tra la poeta e la città di Lucca, parlandogliene ogni sera prima della recita del Rosario. Le esperienze dei due conflitti mondiali e la forte emotività personale influirono in modo determinante nell’espressione artistica di Ungaretti. Nelle sue opere trapelano infatti le fragilità dell’uomo stesso che si vede smarrito alla ricerca della propria identità e delle proprie radici. A lui si riconosce inoltre lo sviluppo di un nuovo stile che si realizza nell’immediatezza espositiva, nell’uso di analogie e nella rottura delle regole della metrica tradizionale con l’abbandono della punteggiatura. Tra i suoi componenti più noti si ricordano: il Porto sepolto (1916) e la raccolta L’Allegria (1931) dove spiccano capolavori come Veglia, Mattina, Commiato o Soldati. Appartiene a questa raccolta la celebre poesia I Fiumi i cui versi "Questo è il Serchio/ Al quale hanno attinto/ Duemil’anni forse/ Di gente mia campagnola/ E mio padre e mia madre" riconosce esplicitamente le sue origini lucchesi e rievoca alla memoria i ricordi personali e i "fiumi", tappe attraversate nello scorrere della sua vita.

Fonte: http://giorgiogibertinijolly.blogspot.com/2011/06/ecco-lucca-di-giuseppe-ungaretti.html

 

Analisi del testo poesia Lucca

unto 2 (aggettivi): pochi gli aggettivi nella poesia, pochissimi e pregnanti (timorato, fanatico,maligno,etc). L’uso volutamente limitato dell’aggettivazione in questa poesia sembra mentalmente ripercuotere ed amplificare le tematiche care all’autore, che ne hanno fatto il capostipite dell’ermetismo. I termini sempre scelti, sempre cesellati con minuzia, sempre curati non sono più semplici parole ma diventano baluardi di significato, si caricano e si amplificano di molteplici valenze.Così il traffico diviene "timorato e fanatico": si noti la scelta di affiancare questi due aggettivi (quasi antitetici!) con cui l’autore rende il contrasto interiore generato da un luogo di stasi (la città stessa) da cui però l’unica meta è partire.
Con un unico aggettivo ("caldo") l’autore riesce a rendere vivo il verso e a trametterci la sensazione di calore che è vita, mettendo all’inizio del verso l’aggettivo (quindi esaltandolo e rafforzandolo) e solo nella seconda metà del verso il sostantivo a cui è legato ("sangue") e che indirettamente lo richiama.
Nel penultimo verso l’appetitto diviene "maligno" e solo forse in quanto tale porta l’autore forzatamente, lo "spinge" verso quell’amore definito mortale, quindi componente primario della nostra esistenza in vita. Solo la maturità acquisita trasmette all’autore l’idea che l’amore è componente e garanzia della specie più che forza propria autonoma: il tutto genera in lui l’avvicinamento e la comprensione della morte come naturale conseguenza della vita e come nuova meta in vista.

Fonte:http://it.answers.yahoo.com/my/profile;_ylt=AgeB1CDKkAiAg8.uU7C3B8L_Dwx.;_ylv=3?show=KdjIlzH8aa

Le esperienze dei due conflitti mondiali e la forte emotività personale influirono in modo determinante nell’espressione artistica di Ungaretti. Nelle sue opere trapelano infatti le fragilità dell’uomo stesso che si vede smarrito alla ricerca della propria identità e delle proprie radici. A lui si riconosce inoltre lo sviluppo di un nuovo stile che si realizza nell’immediatezza espositiva, nell’uso di analogie e nella rottura delle regole della metrica tradizionale con l’abbandono della punteggiatura. Tra i suoi componenti più noti si ricordano: il Porto sepolto (1916) e la raccolta L’Allegria (1931) dove spiccano capolavori come Veglia, Mattina, Commiato o Soldati. L’edizione definitiva dell’Allegria esce nel 1931, prima importante raccolta in cui Giuseppe Ungaretti riunisce, sistema e riordina le precedenti pubblicazioni che, con altri titoli, avevano contenuto le poesie che via via l’autore aveva prodotto. La prima di queste precedenti pubblicazione risale al dicembre del 1916 e porta il titolo Il porto sepolto, un piccolo volume pubblicato a Udine da un suo amico e commilitone, il tenente Ettore Serra. Conteneva il primo nucleo dell’edizione definitiva del 1931, comprese le poesie scritte al fronte, dal 22 dicembre 1915 al 2 ottobre del 1916. La prima poesia è Veglia stesa a Cima Quarto il 23 dicembre 1915. L’ultima poesia è Commiato, concepita a Locvizza il 2 ottobre 1916.

La lirica è nell’antologia garzantiana.
E’ una poesia in prosa, di ricapitolazione: il giovanile fermento pare finito, la responsabilità comincia a pesare, ci si avvia alla maturità. Solo ora il pensiero di Ungaretti va alla morte, anche se è appena uscito dalla guerra. Ha più di trent’anni, è spaesato, vede la prima volta Lucca e scopre le sue radici, lui nomade.
[Si pensi a: ho preso anch’io una zappa. Oppure: non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare (= è finita la giovinezza). Oppure: alleverò una prole (= guardo al futuro, a fondare altri uomini] (Pc)

 

Aggiornamento Analisi Poesia Lucca

L’AQUILA – Il legame con le origini, la fine della giovinezza e l’arrivo della maturità, la morte.

Nella poesia ‘Lucca’, Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da genitori lucchesi, ripercorre la sua vita trascorsa fra tre continenti: dall’Africa, all’Europa passando per l’America latina, nelle Accademie e sul terreno di battaglia.

"Ecco Lucca, calda, crudele, serrata e verde", scrive il poeta che, nel ricordo della sua terra, "del suo sangue", si sente "nella carne di ogni persona" che incontra.

Nel componimento, che Ungaretti scrisse intorno ai trent’anni al ritorno dalla Grande Guerra in cui combattè da volontario sul Carso, il poeta rivive il rapporto con Lucca "con tormento e desiderio, come chi si scosta da un incesto ma non può dominare la fatalità dei suoi sensi".

Il richiamo alla sessualità ritorna nei versi successivi in cui Ungaretti descrive i giorni trascorsi nei luoghi originari come momenti di "sofferenza e voluttà", in una terra che per il poeta ha l’immagine delle "coscie delle donne sorprese a fecondarsi di te".

Nell’ultima parte della poesia Ungaretti si immagina cosa sarebbe della sua vita se rimanesse a Lucca dove, scrive, "finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi ai contadini" rischiando "di dimenticare le acredini e i miracoli delle lettere".

E alla fine arriva la morte, già anticipata qualche verso prima dalla figura della bara, cui Ungaretti si abbandona "al sole accogliendo il sonno come una pace vera".

Passato e futuro s’intrecciano, viaggio e meta si confondono nella poesia di un Ungaretti trascinato dai ricordi suscitati dai racconti della madre sulle terre lucchesi. "Addio desideri, nostalgie, so di passato e di avvenire quanto un uomo puo’ saperne", scrive il poeta che si sente "di passaggio tra le mura".

Sentimenti di tormento e di morte pervadono l’intera poesia: il "sangue dei morti" che scorre nelle vene del poeta che, conoscendo gia’ il suo destino e la sua origine, si e’ ormai rassegnato a morire. La rassegnazione e’ simboleggiata dalla zappa che Ungaretti accetta di impugnare per poi sorprendersi a ridere "tra le cosce fumanti della terra". Per il poeta, infine, esiste un avvenire, ovvero la prole, che egli accetta di "allevare tranquillamente" e con amore, "garanzia della specie

Fonte: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/maturita-lanalisi-della-poesia-lucca-di-giuseppe-ungaretti/29689-1/  Diritti Riservati al sito abruzzoweb.it

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Commenti

    Stefania

    (22 Giugno 2011 - 08:59)

    Ciao mi servirebbe l’analisi del testo della poesia “Lucca” grazie mille

    teresa

    (22 Giugno 2011 - 09:23)

    è qst la poesia non quella!!
    A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
    ci parlava di questi posti.
    La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
    La città ha un traffico timorato e fanatico.
    In queste mura non ci si sta che di passaggio.
    Qui la meta è partire.
    Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
    che mi parla di California come d’un suo podere.
    Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
    Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
    Ho preso anch’io una zappa.
    Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
    Addio desideri, nostalgie.
    So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
    Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
    Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
    Alleverò dunque tranquillamente una prole.
    Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
    la vita.
    Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
    ho in vista la morte.

    Apple Nokia HTC

    (22 Giugno 2011 - 10:49)

    AGGIORNATO L’ARTICOLO!!!! ORE 11:47!

    federico

    (22 Giugno 2011 - 15:45)

    Molta attenzione meritano gli aggettivi possessivi utilizzati nella poesia, i quali consentono di percepire il senso di appartenza alla famiglia, al passato, alle proprie radici da parte del poeta. Un ruolo fondamentale gioca il primo verso in cui appare il ricordo della famiglia riunita in casa. Dopo la cena si recita il rosario e questo a conclusione di una lunga tradizione e soprattutto di un attaccamento del giovane ungaretti al passato e alla terra natia, Alessandria.

    paola

    (22 Giugno 2011 - 15:47)

    io voglio sapere qual’era la giusta interpretazione! ungaretti si riferiva alle origini toscane nella poesia o alla guerra??? per favoreeeeeeee
    e poi..il collegamento con altri testi nandava bene fatto con l luna e i falò di pavese?x il tema del ritorno alla terra d’origine x mettere radici? rispondetemi grazie!

    raffy

    (22 Giugno 2011 - 16:31)

    scemaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa di poesia

    raffy

    (22 Giugno 2011 - 16:32)

    f noia ma a certi punti è davvero bellaaaaaaaaaa

    humbertblu

    (25 Giugno 2011 - 11:11)

    la mai modesta opinione: la poesia è molto particolare, di significato non immediato, assai poco comprensibile per un 18enne ed è necessario risalire ad una immagine di lucca di 80 90 anni fa. gli aggettivi sono usati veramente in modo ermetico, con ossimori poco realistici riferiti ad un traffico di inizio novecento.altre aggettivazioni ( fumanti riferito alle cosce della terra ) sono, quanto meno, imperscrutabili. in sostanza la scelta della traccia mi pare operata da un pirla. molto più percorribile il tema sulla fama.

    humbertblu

    (25 Giugno 2011 - 11:17)

    quien sabe?

    humbertblu

    (26 Giugno 2011 - 08:43)

    tento di spiegare i due commenti e la loro impropria successione.
    il commento del 25 giugno ore 11,17 è riferito alla domanda di Stefania del 22 giugno. altrimenti non si spiegherebbe. successivamente ho riflettuto non tanto sul senso della poesia, ma sul significato di proporla a studenti diciottenni come prima traccia per un esame di maturità in un periodo così complesso come l’attuale.
    aggiungerei che anche il tema di storia, se pur più suggestivo, avrebbe potuto riguardare altri momenti e spingere ad altre valutazioni, meno inattuali.

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